Onere di prova dell’ente in caso di buca. Cassazione ordinanza 17625/16

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza 5 settembre 2016 n. 17625, ha affermato che nella causa di risarcimento per infortunio dovuto al manto stradale sconnesso, la vittima (ricorrente), una volta dimostrato il nesso causale con il danno subito, non deve provare anche la concreta pericolosità della cosa.
In tal modo scinde fra la prova del nesso causale e quello della pericolosità evitando indebite sovrapposizioni.
Precisando inoltre che, in questi casi, l’onere di prova della colpa del danneggiato o del suo concorso di colpa spetta esclusivamente all’ente- custode del bene così da ridurre la propria responsabilità e il quantum da risarcire.
In tal guisa formula una soluzione del casus in aperto contrasto con quella della corte territoriale che, dopo aver accertato che la caduta fu causata dalle buche e dal brecciolino presenti sulla strada, rigettò la domanda di risarcimento presentata, perché la vittima non aveva provato che «lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità».
Operando in tal modo, il giudice di secondo grado aveva dedotto, dalla mancata prova della pericolosità, «l’assenza di colpa del custode» seppur in seguito all’accertamento della sussistenza del nesso causale fra evento e danno.
Un ragionamento bocciato dai giudici di legittimità per cui invece: «Una volta accertata l’esistenza d’un nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno, è onere del custode – per sottrarsi alla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. – provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo), mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna del custode debba anche provare la pericolosità della cosa».
Coerentemente al suo ragionamento la Cassazione ricorda che per ripartire l’onere della prova la giurisprudenza di legittimità ha distinto due ipotesi.
La prima operante «quando il danno è causato da cose dotate di un intrinseco dinamismo, (ove) l’attore ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa ed il danno, mentre non è necessaria la dimostrazione della pericolosità della cosa»; la seconda «quando il danno è causato da cose inerti e visibili (marciapiedi, strade, pavimenti), (ove) il danneggiato può provare il nesso di causa tra cosa e danno dimostrandone la pericolosità».
Pertanto, la pericolosità, non è «un fatto costitutivo della responsabilità del custode», è «semplicemente un indizio dal quale desumere la sussistenza di un valido nesso di causa tra la cosa inerte e il danno».
Per cui «se una cosa inerte non è pericolosa, ciò può bastare per affermare che manchi il nesso di causa tra la cosa e il danno».
Invece, quando il nesso di causa è in concreto accertato, allora «non è più necessario stabilire se la cosa stessa fosse pericolosa o meno» poiché in tal caso «spettava al Comune dimostrare la propria assenza di colpa».
La Corte territoriale in sostanza ha invertito i termini del ragionamento secondo la Corte di Cassazione.
Infatti, si è soffermata sulla non pericolosità della strada al fine di escludere la responsabilità del comune.
Così operando, tuttavia, ha superato il postulato per cui «anche il proprietario di cose non pericolose risponde ex art. 2051 c.c., una volta appurato un valido nesso di causa tra cosa e danno».
Avv. Davide Lorello