Collaborazione tra fratelli può essere lavoro subordinato?

Anche tra fratello e sorella ci può essere lavoro subordinato e per capirlo è necessario far riferimento ai tipici indizi come l’obbedienza, l’orario di lavoro, il pagamento a cadenze fisse.

  • Tuofratello ti dà una mano in negozio; spesso ti devi assentare per andare dai clienti o dai fornitori e, non potendo lasciare l’attività chiusa, chiedi a lui di sostituirti. Tale necessità è tanto frequente che tra voi si è formato un tacito accordo in forza del quale, a fronte della sua costante disponibilità, gli versi una somma mensile fissa. Somma che gli consegni senza tante formalità, in contanti e senza alcun contratto scritto. A tuo modo di vedere si tratta di una sorta di regalo – anche se prestabilito e in misura costante – per la collaborazione che lui ti presta quotidianamente. Dall’altro lato, tuo fratello riceve da te le istruzioni su cosa fare e come comportarsi quando non ci sei e le rispetta alla lettera, proprio come un dipendente. Come purtroppo succede però anche nelle migliori famiglie, avete di recente litigato e ora lui ti chiede le differenze retributive e i contributi: sostiene infatti che la sua attività va considerata, a tutti gli effetti, alla pari di quella di un normale lavoratore. Essendosi però trattato di «lavoro in nero» ora devi risarcirlo. Tra voi nasce una contestazione che finisce in tribunale. Il quesito che ponete al giudice è dunque il seguente: una collaborazione tra fratelli può essere lavoro subordinato? La questione è stata affrontata ieri da una sentenza della Cassazione particolarmente interessante [1] perché affronta le comuni dinamiche familiari che spesso confluiscono in veri e propri rapporti contrattuali “di fatto” ossia non formalizzati da alcuna scrittura privata, ma pur sempre validi e obbligatori. Cerchiamo quindi di capire se, nell’ambito di una normale assistenza tra fratelli, si possono configurare gli estremi di un rapporto di subordinazione e, in tal caso, se sia necessario versare tutte le somme previste dal contratto collettivo nazionale.

La regola generale sul lavoro subordinato

In teoria, osserva la Corte, nulla impedisce che anche tra fratelli e sorelle possa instaurarsi un rapporto di lavoro subordinato. Mai come nell’ambito del diritto del lavoro però bisogna guardare i fatti per come concretamente si sono svolti; per cui è impossibile stabilire una regola generale e valida per tutti. Piuttosto è necessario osservare se e come si è svolta la prestazione lavorativa oggetto di contestazione e verificare se questa risponde ai requisiti tipici del rapporto di lavoro subordinato previsti anche per tutti gli altri lavoratori. Questi requisiti sono stati più volte identificati dalla giurisprudenza e possono essere così sinteticamente elencati

Il vincolo di subordinazione

Il requisito più caratterizzante il lavoro dipendente è il dover obbedire agli ordini e direttive dal datore o del capo area, il non aver cioè libertà e autonomia decisionale. Non è necessario che l’ordine sia dettagliato, ben potendo essere generico o stabilire una semplice cornice: l’importante è che il dipendete non abbia margini discrezionali e non sia libero di autodeterminate il proprio lavoro come meglio crede. Il dipendente è tale se, quindi, è a completa disposizione del datore di lavoro.

Il controllo

Non c’è potere decisionale se manca anche il controllo sull’attività svolta dal dipendente. Solo su un lavoratore autonomo o parasubordinato il datore non può esercitare alcuna vigilanza. Fermo restando il divieto di controllo a distanza con apparecchi di videosorveglianza – per come imposto dallo Statuto dei lavoratori – il capo può verificare l’esecuzione della prestazione del dipendente e, in caso di irregolarità, lentezza sopra la media o colpe gravi, sanzionarlo.

Potere disciplinare

A braccetto col potere di controllo c’è anche il potere disciplinare ossia quello di impartire sanzioni disciplinari in caso di violazioni del contratto di lavoro, sanzioni che consistono – in ordine di gravità, dalla più leggera alla più pesante – nel:

  • rimprovero verbale; viene adottato per le violazioni più lievi. Non necessita di una particolare procedura. È la classica “sgridata” di cui non rimane alcuna traccia;
  • ammonizione scritta (o biasimo);
  • multa;
  • sospensione dal soldo e dal servizio;
  • trasferimento;

Il luogo

Accanto ai predetti indici, considerati quelli maggiormente caratterizzanti il lavoro subordinato, ve ne sono degli altri la cui assenza però non implica necessariamente che siamo in presenza di una prestazione autonoma. Ad esempio il luogo della prestazione: l’aver svolto costantemente il lavoro presso la sede dell’azienda è sicuramente un valido indizio di subordinazione, anche se è ben possibile il lavoro domestico.

L’orario di lavoro, ferie, permessi e assenze

Di solito la caratteristica del collaboratore esterno o di un autonomo è l’autonoma gestione del tempo di lavoro. Nel lavoro dipendente, anche in assenza di badge, bisogna quasi sempre rispettare un orario di entrata ed uscita, così come bisogna concordare con il datore le ferie e i permessi, giustificare la malattia e le altre assenze.

La natura personale dell’attività

Il dipendente si limita a prestare la propria testa e le proprie braccia. Un autonomo invece può intervenire con una propria organizzazione e, quindi, con altri collaboratori da lui stesso stipendiati. Quindi un’altra caratteristica che fa di una persona un lavoratore dipendente è l’assenza di una propria organizzazione.

Il pagamento dello stipendio

La costante e sempre uguale remunerazione è l’ultimo importante indizio di un lavoro dipendente.

Collaborazione tra fratelli è lavoro dipendente?

Alla luce di quanto abbiamo appena detto – conclude la Cassazione – se nel rapporto tra due fratelli vi sono alcuni dei predetti indici di subordinazione, si deve concludere per l’esistenza di un lavoro dipendente. Per cui, se la prestazione è sempre stata fornita “in nero”, ossia non è stata regolarizzata e non sono stati pagati i contributi, il fratello sarà tenuto a versare le differenze retributive e a corrispondere all’Inps le somme per costituire la pensione al proprio fratello-dipendente.

note

[1] Cass. ord. n. 4535/18 del 27.02.2018.

Avv. Davide Lorello