Stipendio non pagato: cosa fare?

Messa in mora, conciliazione, decreto ingiuntivo, causa, dimissioni: cosa fare se l’azienda non paga lo stipendio? E cosa può fare chi lavora in nero?
Se siete lavoratori dipendenti, forse vi è capitato qualche volta di ricevere lo stipendio in ritardo. La busta paga, quella sì, arriva puntuale. Ma è il bonifico in banca quello che non arriva. Solo che, nel frattempo, le scadenze sono già andate: la polizza assicurativa, la rata del mutuo e dell’auto, ecc. Una brutta grana, non c’è dubbio.
Ora: una cosa è un ritardo di qualche giorno (che, con un accordo con una banca disponibile, magari si può sistemare in modo da non pagarne le conseguenze) ed un’altra ben diversa è che il bonifico non arrivi per niente, cioè che ci sia lo stipendio non pagato. Cosa fare in questo caso?
Il dipendente può agire per vie legali per recuperare il credito dovuto. A patto che non sia un dirigente, ha la possibilità di vantare il proprio credito fino a cinque anni dopo la fine del rapporto di lavoro prima che il tutto cada in prescrizione.
Il percorso parte dalla firma della busta paga per ricevuta fino alla causa ordinaria, passando per la messa in mora del datore di lavoro, la conciliazione presso la Direzione territoriale del lavoro, il decreto ingiuntivo, la causa ordinaria. Insomma, gli strumenti per agire in caso di stipendio non pagato ci sono. Basta sapere cosa fare.
Stipendio non pagato: conviene firmare la busta paga?
Non tutte le aziende lo fanno, ma la maggior parte chiede al dipendente una firma al momento della consegna della busta paga. Questa firma può essere per ricevuta oppure per quietanza. Quest’ultima scelta è sconsigliata, per quanto la Cassazione abbia stabilito che non c’è una presunzione assoluta di corrispondenza tra la retribuzione percepita dal lavoratore e quella risultante in busta [1]. Tuttavia, la firma per quietanza dilata i tempi in caso di azione legale da parte del lavoratore (una causa ordinaria per lo stipendio non pagato) e preclude altre scelte più veloci e meno dispendiose come il decreto ingiuntivo. Meglio, dunque, firmare il prospetto con la dicitura «per ricevuta e presa visione».
Si aspetta, in fiducioso raccoglimento, ma il bonifico non arriva, nonostante le rassicurazioni dell’azienda. Non c’è da stupirsi, dunque, se, di fronte allo stipendio non pagato, il dipendente perde la pazienza e decide di mettere in mora il datore di lavoro appellandosi a quanto stabilito dal Codice civile [2].
Basta che non ci siano queste condizioni:
• che il debito arrivi da un fatto illecito;
• che il datore di lavoro abbia dichiarato per iscritto di non voler pagare lo stipendio per qualche motivo;
• che sia scaduto il termine se la prestazione deve essere eseguita al domicilio del creditore.
In altre parole, non è possibile mettere in mora il datore di lavoro se, ad esempio, l’azienda ritiene che quello stipendio non va pagato perché il dipendente non ha diritto di riceverlo (forse perché si sta per avviare una causa di licenziamento per giusta causa e si attende la decisione del giudice in merito). Oppure se chi ha un contratto di telelavoro ha prestato la sua opera oltre i termini previsti dal contratto.
Se queste circostanze non ricorrono e, dopo la messa in mora del datore di lavoro non succede nulla, è possibile passare alla fase successiva: il tentativo di conciliazione presso la Direzione territoriale del lavoro.
Come devo fare la conciliazione presso la Dtl?
La conciliazione presso la Direzione territoriale del lavoro è il penultimo passaggio prima di arrivare alla causa ordinaria per recuperare lo stipendio non pagato. Il dipendente può interpellare per iscritto e senza costi la Dtl chiedendo l’avvio di una conciliazione facoltativa o monocratica. Qual è la differenza?
La conciliazione facoltativa consiste nella presentazione di una richiesta scritta di convocazione della Commissione conciliare per fissare un’udienza in cui tentare di trovare un accordo.
La conciliazione monocratica, invece, consiste in una verifica degli Ispettori del Lavoro in azienda, in caso di mancato accordo, per controllare il rispetto delle normative ed il versamento dei contributi da parte del datore di lavoro.
Stipendio non pagato: quando presentare il decreto ingiuntivo?
Se con le buone non si è ottenuto nulla per avere lo stipendio non pagato (arrivati a questo punto, forse, sarà già più di uno) è ora di andare in Tribunale e procedere con un decreto ingiuntivo. Occorre avere in mano una certificazione del mancato pagamento dello stipendio.
Il decreto ingiuntivo è un procedimento che permette di ottenere da un giudice un ordine di pagamento diretto. Il datore di lavoro potrà decidere di saldare il debito entro 40 giorni oppure di insistere nel tenersi i soldi e presentare opposizione. Con tutte le conseguenze. Perché il passaggio successivo sarà quello definitivo.
Stipendio non pagato: quando devo fare causa all’azienda?
Ed eccoci in Tribunale, per la causa ordinaria con la quale si tenta di recuperare lostipendio non pagato. Il dipendente può agire in tal modo anche in assenza della certificazione del credito, ad esempio se ha perso il contratto di lavoro o la lettera di assunzione. Basterà portare in aula le buste paga o il Cud per dimostrare il suo rapporto con l’azienda. In extremis, può ricorrere alle prove testimoniali, cioè a portare davanti al giudice dei testimoni a suo favore (colleghi di lavoro in primis). Evidentemente, in questo caso i tempi saranno molto più lunghi rispetto a quelli del decreto ingiuntivo. Ma tentar non nuoce, se non altro per una questione di principio.
Se l’azienda non paga dopo la causa, cosa posso fare?
Lo stipendio non pagato deve, comunque, essere recuperato. Se il datore di lavoro non paga, anche di fronte ad un decreto ingiuntivo o alla sentenza di un giudice, è possibile procedere su altre due strade:
• l’esecuzione forzata, cioè il pignoramento dei beni posseduti dal datore di lavoro: conti correnti, immobili, auto e quant’altro;
• la dichiarazione di fallimento: in questo caso, il Fondo di Garanzia dell’Inps rimborsa gli ultimi tre stipendi ed il Tfr. Per il resto del credito, se ce ne fosse, il lavoratore dovrà far capo al passivo del fallimento e sperare che l’azienda sia ancora attiva, altrimenti dovrà soltanto mettersi il cuore in pace.
Stipendio non pagato: posso dimettermi senza preavviso?
Andresti avanti a lavorare per qualcuno che non ti paga? Sicuramente la risposta è no. Lo stipendio non pagato, nonostante i tentativi di conciliazione o la causa avviata, è un motivo più che sufficiente per dire addio all’azienda di punto in bianco. Cioè, per presentare le dimissioni senza preavviso per giusta causa.
La legge consente al lavoratore di farlo e di non essere tenuto al pagamento dell’indennità prevista dal contratto per il mancato preavviso. Purché, però, nella comunicazione delle dimissioni (da fare obbligatoriamente per via telematica) sia specificato che il motivo dell’interruzione del rapporto di lavoro è lo stipendio non pagato. Solo così il lavoratore potrà beneficiare del sussidio di disoccupazione.
Lavoro senza contratto: posso pretendere lo stipendio non pagato?
Prima di rispondere a questa domanda bisogna fare una premessa. In teoria, il lavoro nero, cioè quello senza un regolare contratto, è un rapporto che non rispetta gli obblighi imposti in materia amministrativa, contributiva, fiscale e assicurativa. E su questo non ci piove. Ma è pur sempre un lavoro prestato da qualcuno per qualcuno.
Chi ha deciso, dunque, di prendere una persona in nero per un determinato lavoro è comunque obbligato a pagarle la retribuzione. Lo ha stabilito il Tribunale di Napoli [3]. Per i giudici campani, chi svolge una prestazione senza un regolare contratto e viene cacciato via perché pretende lo stipendio non pagato ha diritto ad impugnare il licenziamento entro 60 giorni dalla data in cui è stato comunicato e a ricevere gli arretrati e le differenze retributive. La legge [4], insomma, deve essere applicata sia per chi ha un contratto regolare sia per chi lavora in nero.
È importante rispettare il termine dei 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento, in quanto, altrimenti, si perderebbe ogni diritto al risarcimento del danno e a ricevere lo stipendio non pagato. Il lavoratore potrà avviare una causa di lavoro entro i successivi 180 giorni e rivendicare gli arretrati per 5 anni dalla data del licenziamento.
[1] Cass. sent. n. 9588/2001.
[2] Art. 1219 cod. civ.
[3] Trib. Napoli, sent. del 09.03.2016.
[4] Legge n. 183/2010.

Avv. Davide Lorello