RINUNCE E TRANSAZIONE: DIRITTI DEROGABILI ED INDEROGABILI DEI LAVORATORI

L’art. 2113 cod. civ. rubricato “Rinunce e Transazioni”, si occupa delle rinunce e delle transazioni del lavoratore a diritti derivanti da norme che per natura sono inderogabili.
La riflessione non può che partire dal testo dell’articolo in commento il quale afferma che “Le rinunzie e le transazioni (1966), che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi concernenti i rapporti di cui all’Articolo 409 Cod. Proc. Civ., non sono valide.
L’impugnazione deve essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla data di cessazione del rapporto o dalla data della rinunzia o della transazione, se queste sono intervenute dopo la cessazione medesima.
Le rinunzie e le transazioni di cui ai commi precedenti possono essere impugnate con qualsiasi atto scritto, anche stragiudiziale, del lavoratore idoneo a renderne nota la volontà.
Le disposizioni del presente articolo non si applicano alla conciliazione intervenuta ai sensi degli artt. 185, 410 e 411 Cod. Proc. Civ.”.
Orbene, l’ambito di operatività della norma è limitato alle rinunce e alle transazione individuali escludendo dunque quelle di natura collettiva con la precisazione che il rinvio all’art. 409 del codice di procedura civile fa sì che nell’ambito di applicazione rientrino tutte le ipotesi non solo ricollegate all’ambito dei rapporti di lavoro subordinato ma anche alle collaborazioni coordinate e collaborative, ai rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale e a quelli agricoli.
Dall’esegesi dell’articolo in commento dicasi che il primo comma trova applicazione nei confronti delle rinunce e delle transazioni precisandosi che, mentre per le prime occorre una volontà del lavoratore di privarsi consapevolmente di determinati diritti, nel secondo caso occorre giungere, attraverso una composizione scritta della lite (cd. verbale di conciliazione sindacale) ad un accordo in cui le parti si diano reciproche concessioni.
Ma cosa intende il Legislatore quando parla di diritti del lavoratore “derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi”?
Entrando nel merito della questione, da subito occorre effettuare una distinzione tra diritti che sono entrati o no nella sfera giuridica del lavoratore; per questi ultimi, non essendoci una reale disponibilità del lavoratore, non si può certo affermare che possano costituire oggetto di transazione.
Ciò detto, sembra potersi non considerare derogabile il diritto al riposo giornaliero, settimanale e alle ferie ritenute irrinunciabili dalla nostra Carta Costituzionale in quanto sono finalizzati al recupero psico – fisico del singolo lavoratore.
Anche l’art. 2103 cod. civ., relativo alle mansioni a cui il lavoratore deve essere adibito, al secondo comma attesta la sua inderogabilità anche se nel corso degli anni la Giurisprudenza è più volte intervenuta nel merito mitigando tale principio e ammettendo la possibilità o di una deroga nel caso di malattia che non consente la continuità dell’impiego in quella prestazione lavorativa a fronte di altri diritti maggiormente garantiti quale quello della salute, o del più complesso sistema del cd. demansionamento.
Altro diritto inderogabile è quello inerente il versamento di contributi previdenziali: il lavoratore non può rinunciarvi né può esonerare il proprio datore di lavoro al loro versamento. Ex lege il titolare del rapporto assicurativo è l’istituto e dunque il lavoratore non può disporne.
Di contro, i diritti senz’altro disponibili del lavoratore sono:
trattamenti economici derivanti da pattuizioni individuale (cd. superminimi) e dalla contrattazione collettiva;
le dimissioni;
la risoluzione consensuale;
la somma corrisposta a titolo di accettazione del provvedimento di risoluzione del rapporto o anche l’accettazione del provvedimento di sospensione quale alternativa al licenziamento.
Tra i diritti disponibili rientra il diritto di precedenza nelle assunzioni o nelle riassunzioni ed è un diritto disponibile in quanto rientra nella libera disponibilità del lavoratore di rinunciare o meno al posto di lavoro.